Le Città In Divisibili

Una missiva fanto-cartografica

Dominic Pettman

Artwork by Kazunari Negishi

Mappe che importano.

"Mappe che importano" è un concetto tramandatoci dagli antropologi urbani, innamorati delle loro vie dei canti quotidiane che toccano librerie, caffè, casa e ufficio. Una nozione del genere la possiamo capire. Ci sono le mappe ufficiali della città, per scopi diversi: mappe stradali, mappe fognarie, mappe dei canali di scolo, mappe dell'inquinamento, mappe delle temperature, e così via. Ma ci portiamo tutti in testa il Baedeker personalizzato delle cose che ci importano: mappe dello shopping, mappe del mangiare, mappe dell'andare in giro, mappe narcotiche, mappe erotiche. Alcuni angoli della città ci rendono ansiosi, altri curiosi, e altri ancora stranamente vuoti. Alcune strade sono infestate di fantasmi, mentre altre ci inquietano per la loro assoluta incapacità di farci sentire presenze. Gli anarchici romantici hanno proposto di scoprire lapidi che commemorino luoghi ed eventi significativi personali: "22 maggio 1995: parlato con Anna per l'ultima volta su questa panchina", oppure: "10 luglio 1979: su questo gradino mi sono fratturato il polso facendo skateboard", oppure: "12 aprile 1984: primo bacio in questo parco giochi". E adesso le multinazionali si mettono al passo.

Non c'è dubbio che questo tipo di mappa che importa ha il suo fascino; parlando di quei fuggevoli momenti individuali ai quali la città pare indifferente, e che nondimeno incoraggia in tutte le sue pieghe e paludi di cemento. "Io ho abbassato lo sguardo su questa collana polverosa, ciò che resta di mille incidenti d'auto. Tra cinquant'anni, dopo che molte altre macchine si saranno scontrate in questo luogo, i frammenti di vetro andranno a formare un cumulo cospicuo, tra trent'anni una spiaggia di cristalli acuminati. Una nuova etnia di vuccumpra' magari apparirà, verrà a installarsi su questi mucchi di parabrezza frantumati, cercando tra di essi mozziconi di sigarette, preservativi usati, qualche moneta persa. Sepolta sotto questo nuovo strato geologico depositato dall'era dell'incidente automobilistico ci sarebbe la mia propria piccola morte, anonima come una cicatrice vetrificata in un albero fossile".

Ma oltre la dérive, e oltre il flâneur, mi posso immaginare un altro tipo di mappa che importa. Una mappa che genera il territorio, piuttosto che il contrario. Non come simulacro, ma come cianografia affettiva. Una mappa che non rappresenta le città che esistono indipendentemente; invece una mappa che porta in essere le città, trasformando il loro potenziale e le loro promesse in materia bruta. (Ma perché "bruta"? La materia può essere sensibile e flessibile come i concetti che la sostengono. E perché questi concetti sostengono la materia? Per la sua insistenza a essere qualcosa invece che niente).

La materia importa. Questo ci dice il canto a bocca chiusa della città.

E nondimeno sogniamo qualcosa che esista oltre queste mura invisibili.




Le ragazze materialistiche.

Le ragazze materialistiche del mondo si raccolgono qui. Fanno pellegrinaggi. Prima lo vedono in TV, e poi impegnano il proprio televisore per venire a vedere di prima mano. È proprio come se l'erano immaginato, ma più sudato, e con più odore, ma perfino più inebriante. "Oh, le ville, le luci, il profumo, i boudoir e le tavole sovraccariche! New York dev'essere piena di salottini pergolati del genere, o le magnifiche, insolenti, altezzose creature non potrebbero esistere. Devono essere contenuti in qualche serra".

Dire "materialistico" di qualcuno una volta sottintendeva che queste persone mancavano di anima, e che quindi veneravano le (mere) cose più che le idee e gli ideali. Però adesso il vento è cambiato, in modo che coloro che si preoccupano delle vite vere evocano il materialismo con orgoglio: mentre coloro ossessionati dalle etichette non si preoccupano del fatto che le etichette siano attaccate a qualcosa oppure no. Più evanescente il prodotto e più viscerale il desiderio di possederlo. Più effervescente l'oggetto e più maniacale il feticcio.

Ed è questo il motivo per cui ragazze del genere si avvolgono d'estate in minuscoli sbuffi di stoffa, che negli anni '40 sarebbero stati a malapena considerati un fazzoletto. Perversamente, questi atteggiamenti sussurrati nei confronti dei vestiti sono in rapporto direttamente inverso con gli occhiali da sole giganteschi che si trovano posati sui loro zigomi duri come pietra focaia. Esserci a malapena: l'ultima moda.

Mosche pompate che fanno pompini a persone pompose.




Lei ha un aspetto diverso.

Lei ha un aspetto diverso ogni volta che la vedo. Eppure il riconoscerla è rapido. Vorrei poter dire con qualche sicurezza perché sia così, dato che la continuità non è parte del mondo visibile. Si tratta di una conoscenza che bypassa la mente.

Lei ha cominciato a lasciarmi messaggi telegrafici, infilati sotto ai sassi nelle fontanelle secche in cui si abbeverano gli uccelli. La tecnica è innovativa: strappa pagine da vecchi libri – libri di viaggio, libri di cucina, libri che hanno fatto cassetta, cataloghi – e cerchia le parole rilevanti, consecutivamente. Con quel collegarle mi chiedo se stia cercando di raccontarmi la sua fatica per tutto questo movimento: il suo disincanto per le asintoti e gli arabeschi.

Ogn- ... uno ... continua ... nel ... proprio ... stato ... di ... riposo ... o ... di ... movimento ... uniforme ... in ... linea ... retta ... a ... meno ... che ... non ... sia ... costretto ... a ... modificare ... quella ... condizione ... da ... forze ... impresse ... su ... di ... essa.

(ogni parola cerchiata su un trattato, macchiato di caffè, a proposito di un fotografo delle origini, di cui non avevo mai sentito parlare ... ma allora perché non strappare una pagina direttamente da Newton?)

Cerco di immaginarmi il tipo di dimora di cui sarebbe soddisfatta e in cui si sistemerebbe. Mi raffiguro, da una finestra, panorami di una città che non ho ancora mai visto. Una faccenda spinosa, trovarsi sul lato sbagliato della "topografia del nostro più intimo essere". Una fotografia di un matrimonio in bella evidenza, forse. Una veduta di un famoso grattacielo dalla terrazza. Una cucina degna di uno chef in boccio. E un letto che sfoggia molle forti abbastanza da sopportare la prova.

"L'essere riparato dà limiti percettibili al proprio riparo. Lei ha esperienza della casa sia nella sua realtà che nella sua virtualità, grazie al pensiero e ai sogni ... è il nostro primo universo, un cosmo reale in ogni senso della parola".




Gilles Trehin.

Gilles Trehin abita nei pressi di Nizza, nella Francia meridionale. Però trascorre la maggior parte del suo tempo nella città di Urville: una megalopoli che esiste solo nelle spirali autistiche della sua immaginazione ossessiva (ma anche nei numerosi disegni che ha fatto di questa polis della fantasia). Urville si è progressivamente espansa, come attestano le statistiche sulla popolazione che monsieur Trehin aggiorna ogni anno; e vanta molti edifici e luoghi e monumenti notevoli, come la Place des Troubadours, la Radio-Television Métropolitaine, il Centre International de Cultures, e il Quartier des Tégartines.

Nello scoprire Urville la prima sensazione istintiva che si prova è il venire catturati dal grado di dettaglio in cui è descritto il luogo. Ogni quartiere periferico, ogni edificio municipale, ogni parco, e ogni strada pare che sia stato mappato nel suo intrico alla pari di quelli di qualsiasi altro grande centro metropolitano del mondo. Il fatto che gli abitanti siano invisibili vi aggiunge una specie di magia. Ma è così affascinante per monsieur Trehin? Mi chiedo se non si svegli la notte, sudato e confuso – sindaco sovraccarico di responsabilità di una città che non dorme mai. Delega ad altri le negoziazioni tra gli ambientalisti e i lottizzatori, o si assume anche questo compito ingrato?


Tour An 2000, vue de l'avenue des Jonquilles





Credo di avere una vaga idea.

Credo di avere una vaga idea di come si senta monsieur Trehin. Perché mentre io non mi proclamo l'architetto-divinità di Napoli, in realtà io trascorro per davvero gran parte della mia vita mentale in questa città. Qui io assumo un diverso stile di vita, molto meno inquieto. C'è una villa, senza dubbio; un po' male in arnese, ma più romantica proprio per questo motivo. C'è un progetto letterario da prendere sul serio, e anche da dimenticarsi beatamente per profondi recessi di tempo. Ma la cosa più importante è che c'è un magnifico ed enigmatico clandestino tra di me, qui sul balcone – indossa la mia camicia abbottonata storta, e poco altro; sgranocchia grissini con labbra rosse e dolci-amare come semi di melagrana.




Una serie di fotografie.

Una serie di fotografie di persone che dormono. Dormono in vagoni della metropolitana. Dormono su panchine. Dormono al tavolino di un caffè. Dormono su scatole di cartone schiacciate.
Titolo: "La Città Che Non Dorme Mai".




Scrivere può essere.

Scrivere può essere una forma di attenzione all'ambiente, e quindi un tipo di resistenza intensa agli obblighi e alle distrazioni che ci impediscono di avere cura delle cose. Preso in considerazione da questo punto di vista, non è più tanto importante quale sia il risultato in termini di "letteratura", ma piuttosto un modo di massimizzare la propria presenza dentro il – e in relazione al – mondo.

"Che albero è quello?", domando ad alta voce.

"Non lo so", risponde uno sconosciuto, sorridendo: in qualche misura messo in imbarazzo dalla propria ignoranza.
"Allora dovrei trovare il modo di saperlo".




Ogniqualvolta mi trovo.

"Ogniqualvolta mi trovo in una città, di qualsiasi dimensioni essa sia, mi sorprendo che non esplodano disordini a ogni pie' sospinto: massacri, carneficine indicibili, un caos da fine del mondo. Com'è possibile che così tanti esseri umani coesistano in uno spazio così confinato senza distruggersi a vicenda, senza vicendevolmente odiarsi a morte?"







È così difficile.

È così difficile andare in città, perché vorresti dire 'salve' a tutti quanti".




Cosa mai si potrebbe fare?

Cosa mai si potrebbe fare con le chiavi della città?






Abbiamo parlato.


Abbiamo parlato per la prima volta, oggi. Sul luminoso e pensoso ponte di una nave enorme, delle dimensioni di una modesta città.

Le parole sono state esitanti. Ma ben indirizzate.

Come un lazo, conformato per catturare l'altro.

O una fune che stringe una chiglia al molo.

Per quanto venga da un altro luogo, ho notato che aveva lo stesso vezzo delle giovani e colte donne francofone: un respiro netto tra due frasi. Come se succhiassero un "oui" al contrario. E ciò mi ha fatto venire in mente che lei, almeno una volta, si debba essere rammaricata di aver acconsentito a qualcosa.




C'è qualcosa.

C'è qualcosa che lei non sa (o almeno non sa per certo), ma io posso starle alla pari. Esattamente. Preciso spaccato. Atomo su atomo.

Le nostre traiettorie – infine – hanno cominciato a incrociarsi nella carne. Durante questi incontri, in divisibili città, i nostri corpi hanno goduto simultaneamente del riposo e del movimento. Dopo, abbiamo parlato di un viaggio di luna di miele in città che non esistono più. Costantinopoli. Pechino. Leningrado. Per citarne solo alcune.

Abbiamo anche riflettuto sul fatto che un amore quantistico possa emergere da spazi euclidei.

Quel giorno abbiamo scoperto che il sesso è una specie di mappatura, e che i corpi – per la maggior parte – sono stati attraversati dagli altri. Si sono formati sentieri. Riscoperte oasi.

"Sentire che si fa l'amore con te come se tu abitassi le predilezioni sessuali di qualcun altro ti pone in una situazione di intimità sessuale piuttosto complicata: le predilezioni di un altro corpo sono mappate per te, e tu sei solo. Così anche quando tu sei l'adultero, fai l'amore con la tua amante con il piacere – ma a volte con la mortificazione – della mancanza di familiarità, mappando lungo il cammino le somiglianze e le differenze. Come puoi non fare confronti, non misurare, non cercare di metterti alla pari, eppure immancabilmente non registrare la presenza assente di un altro corpo assai familiare, quello che condivide il tuo letto quando infine ritorni all'ovile domestico, per trovarvi sonno, se non altro".

Se l'amore è cieco, allora il sesso è il Braille.




La telesimbiosi.

La telesimbiosi viene definita dai biologi evoluzionisti come "simbiosi a distanza". (E non, come pensavo al principio, una fusione esistenziale con il proprio televisore). Il meccanismo che porta a questo miracolo è ancora sconosciuto, ma una possibilità del genere è indispensabile per coloro che si allineano all'ipotesi-Gaia: la teoria secondo la quale la Terra in qualche modo mette in sincronia le sue varie sfere (bio-, lito-, atmo-, crio-, idro-) in uno stato di omeostasi relativa. Quindi, la telesimbiosi porta la stasis nella "home", a casa, o viceversa.

Ovviamente gli amanti che si trovano distanti vivono in un perpetuo stato di telesimbiosi. E ogni giorno viene vissuto nel terrore di perdere il telecomando.




Il giuramento era stato fatto.

Il mattino seguente ho trovato un altro dei suoi biglietti, lasciato dove ci sarebbe dovuto essere il profumo delicato del suo corpo. La pagina era stata strappata da un manuale antiquato che spiegava le sottigliezze e le strategie degli scacchi. Stavolta erano cerchiate soltanto le parole "compagno" e "in stallo".





This is a short extract from a book-length manuscript of the same name.