Come Steve McQueen

Alberto Prunetti

Illustration by Cody Cobb

"Maledetti bastardi... sono ancora vivo!"
Papillon, con più rabbia che denti...


Io le cose le racconto così, mescolando ricordi e documenti come nel "magrone", quella malta grossolana impastata con la ghiaia della mia infanzia. Eppure di questa storia mi sa che per sbaglio devono averci fatto un film, perché ricordo di averne visto dei frammenti in una strana proiezione cinematografica, che assomigliava a un sogno. O forse era davvero un sogno. Il cinema era dentro ai muri delle vecchie fonderie di Follonica, la prima Ilva d'Italia. A strappare i biglietti c'era Guido Pepe ma non li strappava proprio, perché ci faceva entrare a gratis. In sala c'era buio e a un certo punto il proiezionista scappò via: "Ha chiamato il mi' babbo... e mi s'ho scappati i maiali!". Così abbandonò il proiettore alla deriva e corse all'orto: bisognava solo sperare che il film andasse avanti e non s'inceppasse. Cose che capitavano, un tempo. Se si interrompeva la proiezione, ci si metteva tutti a fischiare, così arrivava qualcuno a rimettere i fotogrammi in moto: giuntava la pellicola con un po' di scotch, tagliava il fotogramma rovinato e montava un'altra bobina. Ma a volte saltava parecchi metri di pellicola o faceva anche di peggio: sbagliava bobina e se per caso guardavi Rocky, finivi per ritrovarti a vedere un film di fantascienza. Ma la gente mica si lamentava: con la fantasia si riempivano i buchi e magari gli attori erano gli stessi. Probabilmente è stato proprio da un giunto con una bobina sbagliata che nello schermo si è materializzato il vagabondo Alvaro travestito da garibaldino. E mica solo lui: sono spuntati tutti i protagonisti di questa storia. C'era il prete energumeno e il fabbro con le galline; c'era il mister del diolopicardo e il calabrese delle uova. E poi all'improvviso nel film è comparsa Francesca, con una faccia incredula perché gli era arrivata una lettera dall'Inps che le diceva che le rivalutavano la pensione di 70 euro, per l'esposizione all'amianto di Renato. Ecco quanto vale respirare quel minerale.

Nel film poi compariva anche Angelo, il collega di Renato che si è ammalato ed è morto anche lui un anno fa. Francesca si ricorda ancora di quando è venuto a trovare Renato al cimitero e lei lo ha portato alla nostra terra a mangiare un po' d'uva. Purtroppo i cinghiali avevano vendemmiato tutto e c'erano pochi grappoli. A un certo punto Angelo ha raccontato, strappando gli acini dal raspo d'uva, di quando tutta la squadra di operai era in trasferta in una raffineria nei pressi di Monfalcone, a fine anni Settanta: dovevano installare dei serbatoi nuovi e li avevano fissati alla buona. Ma una notte soffiò una bora spaventosa, di quelle che tagliano la carne, e quando al mattino andarono al cantiere scoprirono che era rimasto solo un serbatoio in piedi, gli altri erano stati abbattuti. "E sai qual era quello rimasto in piedi?" (Qui Angelo fece una pausa e mangiò un acino d'uva). "Proprio quello che aveva fissato Renato!"(e a questo punto sulla colonna sonora cominciai a sentire le note di Working Class Hero di Lennon). Poi nel film c'erano dei bambini che giocavano a pallone: gli andava negli occhi qualche pagliuzza o qualche pezzetto di legno e allora il mister staccava un rametto da un eucalipto per rimuovere la pagliuzza. Lì mi sono ricordato che una cosa del genere era capitata anche a me. Il mister mi aveva tenuta aperta la palpebra con due dita e con un rapido colpo di polso mi aveva tolto la pagliuzza dall'occhio senza ferirmi il bulbo. Ero sbalordito di tanta maestria. Renato mi disse che lo sapeva fare anche lui: quella era una delle prime cose che ti insegnavano in acciaieria quando cominciavi, perché bisognava tra colleghi sempre aiutarsi a togliere le cose che finivano nell'occhio, che se aspettavi il permesso per l'infermeria... e lì Renato fece una pausa, prese fiato... boooonaaa-ugoooo, mi disse mettendosi le mani a megafono davanti alla bocca e piegandosi verso il basso.

In questo film poi hanno fatto vedere anche la nostra officina. Lui era appena tornato dalla degenza dell'ospedale e aveva ripreso peso. Disse: "proviamo a fare qualcosa assieme". Così ci mettemmo a saldare un giunto di ferro che mi serviva ma andò male: la sua mano non era più precisa, anche se ancora era piena di calli nonostante la lunga degenza in ospedale. E io guardavo quelle mani callose e pensavo che i calli nelle mani degli operai son belli, son come le rughe nelle facce dei vecchi. Però forse questo pensiero forbito l'ho fatto dopo, lì per lì pensavo che mi serviva un angolare in acciaio tagliato e saldato a misura. Punto e basta. Quel giorno facemmo i fuochi d'artificio perché Renato aveva collegato all'incontrario i morsetti della saldatrice: ormai la testa andava un po' come gli pareva – il neurologo mi disse che c'aveva una bomba nel cranio e quando gli chiesi chi ce l'ha messa mi guardò storto. Così appena chiuse il ponte elettrico scattò una fiammata e poi il salvavita ci lasciò al buio: quella fu la fine d'ogni saldatura. A quel punto coprimmo con un telo la saldatrice e io giurai solennemente sulla morsa da officina di mettere sempre l'antigelo nel trattore d'inverno: promessa che non ho mai tradito. L'ultimo lavoretto che abbiamo fatto assieme è stato proprio amaro perché ci toccò scavare una fossa per il nostro cane. Avevo una cagna tremenda, cattiva verso terzi ma molto devota e pazza, una bastarda di un incrocio tra un pastore tedesco e un maremmano. Del tedesco aveva la velocità e del maremmano la follia. Zolla si chiamava, perché del colore fulvo della terra frantumata con l'erpice e livellata dal morgano. Zolla, dagli occhi bruni come castagne, le cui impronte, calpestate da chili di tracotanza canina, anticipavano guai a non finire ai pastori erranti e ai cacciatori al balzello. Zolla si ammalò e non riusciva a mettersi a giacere, perché doveva avere un tumore anche lei, allo stomaco. Il veterinario mi attendeva per operarla, gli avevo spiegato che ero disposto a spendere più dei soldi di una cartuccia (lo dico a malincuore, ma talvolta la pallottola è la moneta con cui si pagano le cure dei cani dalle mie parti). Andai con Renato alla terra a prenderla ma arrivammo troppo tardi. La trovammo riversa sull'erba, ormai morta. A quel punto dovevamo seppellirla e io presi a scavare una fossa sotto un vecchio mandorlo. Il terreno era compatto e dovetti sudare molto, perché il corpo di un cane pastore che pesa più di trenta chili esige spazio e profondità. Renato non poteva scavare, il suo equilibrio era precario: guardava e fumava. Io scavai una buca ampia e profonda e poi dovetti chiedere a Renato di aiutarmi. Lui non camminava per nulla bene, traballava anche sul pavimento liscio di casa, immaginate sul terreno pieno di irregolarità di un campo. Eppure non mi fece mancare la sua forza residua e insieme, ognuno sollevando la nostra Zolla per una coppia di zampe, la caricammo sulla carriola e poi la facemmo scivolare dolcemente nel letto d'argilla sotto il mandorlo, coprendola con la terra che scendeva a badilate. Di quel lavoro ne avremmo fatto volentieri a meno perché era davvero improbo e ci lasciò ammutoliti: era di cattivo auspicio e confermava che anche di fronte a una morte, a noi – e soprattutto a Renato, stanco e col fisico minato ̶ toccava sempre rimboccarci le maniche fino all'ultimo, e sudare e ansimare e faticare, e tornare a casa sudici come bastoni da pollaio, fino alla fine.

Dopo questa scena triste, il proiezionista deve aver giuntato a caso un'altra bobina perché il film adesso è una commedia. Sullo schermo ci siamo io e Renato: sfrecciamo sul vecchio bolide lungo l'Aurelia e sembriamo la versione contadina del Sorpasso. Meglio di Gassman e Trintignant. Ci fermiamo per un ponce alla livornese e poi continuiamo verso Cecina. Quando arriviamo a La California, che è una frazione in provincia di Livorno, gli chiedo perché questo posto si chiama come la California americana, che io immagino piena di bionde fanciulle e scenari naturali esorbitanti (tutto questo espresso in termini forbiti per gli spettatori colti del film: io con lui parlavo in vernacolo, sennò non capiva e mi dava del "manfruito", termine che rimanda, nella storpiatura contadina, agli ermafroditi e che indica i figlioli adolescenti dei grandi capitani d'industria, riprodotti a detta di alcuni per autofecondazione). Ponce alla mano, Renato mi racconta una storia che merita di essere tramandata ai posteri, ovvero la fondazione mitica di La California (LI), che sembra un apocrifo di un Borges stracotto nel vino: a suo dire, un giorno, più di un secolo fa, si presentarono al porto di Livorno un gruppo di "gosti" – di pisani di campagna – che avevano deciso di tentare la sorte emigrando nelle Americhe. Alcuni marinai livornesi, sempre maldisposti verso i pisani, acconsentirono a condurli in nave verso la terra nuova in cambio di parecchi quattrini. I livornesi gli fecero fare un giro nell'Arcipelago toscano, superarono la Gorgona, poi sfiorarono la Capraia e dopo esser rimasti un paio di giorni al largo, di notte invertirono la rotta e puntarono di nuovo la prua verso la costa tirrenica, gettando l'ancora sulla costa, poco sotto Livorno. Quando la navetta, che poi era un piccolo peschereccio che non poteva certo solcare gli oceani, arrivò in vista delle pinete e dei boschi di lana verde della costa livornese, i marittimi cominciarono a urlare: "Eccola lì, dé, la California". E i pisani: "hibella, gao, par d'esse a casa". Così da quel giorno quella è La California. I pisani erano anche contenti, perché non era tanto difficile parlare la lingua delle genti del posto. La cosa che mi fa più ridere è che ancora oggi, quando ci sono le elezioni negli Stati Uniti, quelli della California scrivono al console americano perché vogliono il diritto di voto anche loro e non capiscono come mai non gli arrivi in tempo la tessera elettorale.

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Poi c'è la storia dei preti che compaiono nel film. Il prete delle Colline Metallifere aveva fatto proseliti: ora in paese son tutti della Juve. Lo scusano se a volte rompeva le scatole, se si metteva a suonare le campane di notte quando c'erano le partite di Champions, se rovinava le facciate delle case strusciando la fiancata della Ritmo mentre guidava alticcio, agitando un bandierone bianco e nero. Lo scuso anch'io: essere juventino sarà un peccato, ma pur sempre veniale. Di buono c'era che mentre i negozi in paese chiudevano, lui aveva aperto un bar, dove si mesceva vino rosso di pronta beva che non costava niente. Non ti lasciava certo bere da solo, perché quello sì che era un peccato, diceva. E anche lui ci scherzava su questa cosa del peccato e se facevo qualche bischerata da adolescente, sosteneva che il mio battesimo non era valido perché m'aveva battezzato un peccatore, cioè lui. Ho raccontato questa cosa a un vecchio sindacalista di quel paese di minatori, che aveva lavorato in miniera e gli avevano riconosciuto l'esposizione professionale all'amianto. Lui mi seguiva con interesse, poi mi disse: "Maremma ciuca, a me quello m'ha sposato! Sicché a seguì questo ragionamento sarei libero da ogni pendenza?" Finimmo a ragionar di diritto canonico e marxismo davanti a qualche bicchiere di rosso alla sagra della pecora e del maiale, bevemmo alla sua salute e concludemmo che se quel prete era un peccatore... meglio essere un peccatore benvoluto da tutti che un santo che sta sulle scatole al popolo. Della stessa pasta era il prete energumeno di Follonica di cui la vox populi narra una discendenza biblica per quanto illegittima. Pare che integrasse i suoi "magri" guadagni vendendo come fertilizzante il guano dei piccioni che sostavano sotto il tetto della chiesa e nel campanile ospitava ogni anno un maiale. Mai lo stesso perché – dopo averlo messo all'ingrasso – lo macellava nel sacro recinto con prontezza di polso degna d'un norcino.

ll film ora è diventato una docu-fiction e i ritagli di giornale, che ho intravisto in un cassetto, non possono mancare. Notizie sportive soprattutto. Lunedì 23 aprile 1979. Follonica Hockey in vetta nel campionato a 29 punti assieme al Giovinazzo. "Cecina, l'ora del trionfo". Il Milan di Nils Liedholm batte il Verona in casa e rimane primo in classifica (quell'anno il Diavolo vincerà lo scudetto col Barone svedese in panchina e Ricky Albertosi tra i pali). Il Tirreno dedica due pagine al derby Pisa-Livorno, finito con la vittoria labronica: 1 a 0 all'83°. Titolo in taglio basso: "Risse gigantesche, un morto, danni ovunque". Già si ammazzavano negli stadi, penso. Poi leggo le prime righe. Il morto era un vecchietto di 79 anni, ospite di un ospizio. Accorso sugli spalti, il cuore non ha retto a una mischia in area e si è fermato per infarto. Si sono comunque registrate scazzottate per tutta la città e i referti parlano di una "ferita alla regione mascellare sinistra guaribile in otto giorni" e di una "al cuoio capelluto". Non è mancata la sassaiola contro un parà che aspettava l'autobus. Poi la cronaca. A Grosseto comincia il processo per la prima vittima dell'eroina in Maremma: una fioraia di Orbetello di 22 anni, trovata morta su una panchina. Metalmeccanici in agitazione sindacale. Convegno nazionale dei preti operai. "Trovato morto l'industriale rapito a prato". "Commando Fedayn attacca di notte cittadina israeliana" L'articolo più rilevante, a tutta pagina, riporta le accuse di un Sostituto Procuratore padovano che avrebbe identificato il capo delle BR in un professore di filosofia.

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Lo schermo ora si illumina con qualche immagine di repertorio. La lezione di motosega, per esempio, che dalle mi' parti è un rito di passaggio (mi raccomando, stai sempre indietro, guarda che la catena deve essere lubrificata, tienila in tensione e non far mai toccare terra alla barra... impara a rimuovere il carter e lavora in sicurezza). O qualche sessione di dopolavorismo a quattro mani, perché imparassi qualcosa: prendi da sotto, alza che devo vedè la bolla... fai un segnetto lì, col gesso... un po' più dentro, basta! Ora leva le mani... segna col cerchietto... si vede? Vai... Ecco, tira su... questo non lo fare scorrere, maremma cane... fermo lì, non farlo uscire dalla guida... boh, basta... vai! Un altro po'... stai attento che il cacciavite deve stare sempre dritto rispetto alla vite... passami la chiave del 12...ora spingi indietro, ci sei? Questo deve entrare dentro... mettici un po' d'unto... è entrato? E allora... vada via al cul (a forza di lavorare nel nord aveva cominciato a usare intercalari piemontesi e lombardi che imbastardiva sul fondo toscano). Tutta quella scrittura sui materiali aveva qualcosa di magico: una cabala di cifre che lui scriveva con il lapis sul legno o con il gesso sul metallo. Appunti di carpenteria in corso d'opera, di cui talvolta riesco ancora a reperire qualche rara testimonianza epigrafica in officina. Tra i reperti video, montati nel film, ci sono anche i vecchi superotto di famiglia degli anni Settanta. Le immagini tremolanti, a colori, velocizzate nel cambio di formato, mi mettono di fronte a me stesso a tre anni, biondo e con i capelli lunghi nell'orto di nonna: prima del pallone, il mio unico gioco sarà impastare del terriccio in un cassetta da frutta e infilare una piccola zappetta in miniatura nel terreno, mentre una gallinella mugginese scorrazza alle mie spalle. Porto i capelli biondi e lunghi: sono ancora un bambino. A cinque anni, uomo fatto, Renato mi imporrà il taglio alla Fachetti, con la riga di lato, in onore del grande terzino.

Di seguito il montaggio amatoriale giustappone quell'immagine di un bambino rincorso da una gallina con un piano stretto di Renato e Francesca: abiti e capelli anni Settanta, quando non si buttavano energie per essere ricchi o alla moda ma la gente pretendeva un giusto salario. Chi se ne fregava della televisione o delle vacanze compulsive? Per far festa c'era la domenica: si andava allo stadio, poi al ritorno si allungava verso il cimitero, mamma borbottava qualche parola per il nonno, io e Renato ci muovevamo tra le tombe come contadini nei filari della vigna: qui manca qualcosa, questa pietra è storta, guarda che lavoro da maiali hanno fatto i muratori. Poi la fermata al circolino Arci e i commenti sul partitone di seconda categoria, che era finito al solito con un gol di punta dai 25 metri e l'arbitro assediato negli spogliatoi. Oppure s'andava alla terra e si bruciava le sterpaglie d'ulivo e alla fine Renato, che aveva saldato una griglia con dei tondini sottili, si metteva ad arrostire le salsicce.Una volta fece anche una cosa che lui chiamava "asado argentino" perché gliel'aveva insegnata un operaio argentino con dei baffoni neri, passato da casa nostra. Peccato che Renato avesse confuso il barattolo del sale con quello dello zucchero: venne fuori una schifezza agrodolce. Mangiammo uguale: "o di paglia o di fieno", diceva la nonna, "purché il corpo sia pieno". Io rispondevo per le rime: "finché corpo prende e culo rende, si va in culo alle medicine e a chi le vende"(questa me l'aveva insegnata il vicino che aveva un orto dietro casa: stava a torso nudo anche d'inverno, coi pantaloni mimetici e con la bella stagione a piedi scalzi, che tanto si fanno i calli e non ti viene mai il raffreddore, diceva). Ma dopo il contrasto in rima Renato mi rampognava e diventava severo: "Non si dicono le parolacce, Maremma maiala!" Allora mettevo il broncio, ma poi lui accendeva la radiolina a pile: Sandro Ciotti gracchiava "Scusa Ameri, Scusa Ameri", lui diceva: "controlla la schedina" e allora si faceva pace. Sarebbe stato bello vincere e andare il lunedì al Bar Sport a ritirare il malloppo, ancora puzzolenti di fumo di frasca d'olivo, sudore e grasso di maiale. Invece pian piano scendeva la sera, si placava il rumore delle motoseghe, si raffreddavano le braci e il grasso di maiale attorno ai tondini della griglia prendeva il colore della pece. I bracconieri sparavano gli ultimi colpi che si perdevano nel bosco e i cani abbaiavano. Poi si smorzava anche la canizza e tornavamo a casa, Francesca e la mia sorellina con i fazzoletti sulla testa, io e Renato con i maglioni a rombi.Non avevamo fatto tredici e neanche dodici: mamma doveva infilare la tuta pulita e i cambi di mutande e canottiera nella borsa scamosciata e lui, come sempre, doveva prendere il treno di mezzanotte che saliva verso le raffinerie del nord, dove faceva un freddo cane.

Un ultimo stacco nella bobina. Lo schermo rimane buio per due lunghi secondi. Fotogrammi serrati come bulloni stretti. Colonna sonora dominata dalle armoniche. Occhi di ghiaccio, blu, spietati e giusti. Uno de I magnifici Sette. Steve Mc Queen. Bello come un dio, l'eroe di Renato. Uno che sapeva impugnare il flessibile e la saldatrice. Che sapeva fare il piastrellista e il coibentatore delle navi mercantili. Un duro working class, un mito americano, in fuga dalla fabbrica fino alle vette dei teatri di posa californiani.

Ma basta un sospiro, un respiro profondo e una microfibra sfonda la barriera di filtri del naso, scivola nell'esofago e si apre la strada verso i polmoni. Poi passano vent'anni e ti sei quasi dimenticato di come si impugna un martello. Però, mentre giri una scena senza controfigura in un film western, ti rendi conto che non sei più il bastardo di sempre: ti manca il fiato, il respiro non ha profondità. Chi se ne frega delle luci di Hollywood. Quella fibra ha vinto la partita e non importa se sei un attore o un piastrellista. Guardati allo specchio. Ormai hai la pelle di un vecchio e solo gli occhi sono un'esplosione di metallo azzurro. Il resto è cuoio, pelle coriacea, unghie annerite per lo scarso ricambio di ossigeno. E i polmoni che si fanno neri. E quando si spengono i riflettori, il vecchio Steve torna a essere un povero sfigato proletario con gli occhi troppo belli, uno che da piccolo dormiva per terra e che nella vita non ha mai smesso di scappare. Come Papillon, come ne La grande fuga, come in Getaway. Come Steve McQueen.

Se poi non sei neanche Steve McQueen, allora è davvero un disastro. Perché le fibre d'amianto le hai respirate per trentacinque anni e la vita che hai fatto è stata un passaggio da un mutuo alla cassa integrazione. Senza nemmeno un "ciak, motore", senza neanche andartene in moto a torso nudo fino alle spiagge della Florida. Magari sei uno della Cooperativa Vapordotti, quelli che nell'Alta Maremma, nella zona boracifera di Larderello e Pomarance, rivestivano di amianto il sistema linfatico di tubi che trasferiva il vapore estratto dalle viscere della terra. Facevano un "cappottino" alle condotte con l'amianto, il cemento e il fil di ferro. Erano venti e ne sono morti sedici. Uno a uno, li operano ai polmoni, li imbottiscono di cortisone, perdono la vista e poi se ne vanno via. Altro che Vasco, altro che vite spericolate, quelli il metallo lo fasciavano d'amianto friabile, lo spruzzavano, lo respiravano. E nel tempo libero mica scorazzavano sulla Harley-Davidson. Facevano l'orto, qualcuno andava a caccia, parlavano di Baggio e Batistuta al circolo Arci. Bruciavano le frasche d'olivo e ci arrostivano sopra le salsicce, come noi. Eppure sono morti, come Steve McQueen.

Io i film di Steve me li guardavo con Renato. Tutti, ce li siamo visti, i western e quelli d'azione. Nevada Smith, Quelli della San Pablo. Chilometri di pellicola d'azione, con la croce di malta del proiettore che sfarfallava nei cinema estivi dei villaggi minerari delle Colline Metallifere, da dove veniva un pezzo della nostra famiglia. Da quei colli pieni di vapori geotermici, dove le forze del sottosuolo andavano imbrigliate con un minerale potente e malefico, fibroso: l'amianto. Che ne sapeva, Renato, che sarebbe finito anche lui come Steve McQueen?

Eppure è proprio Steve quello sullo schermo. Gli stacchi di montaggio si fanno più serrati. Il proiezionista non torna, si vede che i maiali sono ancora in fuga. Getaway, in fuga. La grande fuga. Come Papillon, come L'ultimo buscadero. Eppure il film non si ferma e le poltrone della sala si riempiono per il gran finale: uno a uno, arrivano tanti uomini in tuta blu. Guardo meglio, nell'oscurità. Ci sono quelli di Casale e quelli di Taranto. Quelli dei treni di Pistoia e quelli dei cantieri navali di Monfalcone. Quelli di Bagnoli e quelli di Rubiera. Ci sono anche le donne che hanno cucito i sacchi d'amianto e quelle che lavavano le tute dei mariti. E i minatori maremmani e quelli sardi del Sulcis. C'è anche Angelo. E accanto a lui c'è Renato. Ci sono i saldatori e i tubisti, i coibentatori e i catafalcatori. I ciechi si guardano beati il film e chi ha perso un dito se li conta tutti e torna a stringere il pugno. Eccoli qua, tutti assieme, eroi working class tornati per regolare i conti come in un film di Peckinpah, come ne Il mucchio selvaggio. Cammineranno lungo le strade delle nostre città, col cappello texano abbassato sulla fronte, l'uno accanto all'altro, Renato e quelli della Vapordotti e tutti gli altri metal cowboy. Anche Steve. Torneranno con gli occhi di ghiaccio e le tute da lavoro che ancora portano il loro odore, quel sentore di ferro tagliato e di elettrodo coagulato. Tracanneranno un gotto al circolino e sistemeranno le cose a modo loro e non basteranno i soldi a ripagarli delle loro vite, perché non accetteranno rimborsi. Neanche Un dollaro d'onore. Lo sanno bene loro che i soldi non sono tutto, loro che ̶ esposti a ogni pericolo, tra lavori esageratamente nocivi, usuranti, letali, pericolosi ̶ hanno lavorato una vita. Una vita a rischio, piena di guai. Una vita spericolata. Maremma schifosa! Ecco! Una vita come Steve McQueen.