da La guerra dei Murazzi

Enrico Remmert

Artwork by Eunice Oh

Accanto a me balla un giapponese. Potrebbe anche essere un cinese o un coreano o chi lo sa, qualunque altro abitante del pianeta dai lineamenti orientali, ma a giudicare dai vestiti sono quasi sicura che sia un giapponese. Non dai suoi vestiti, beninteso, perché lui indossa un paio di jeans e una felpa nera con il cappuccio: quello che mi fa credere che si tratti di un giapponese è la ragazza che si dimena davanti a lui, anche lei orientale, che è tutta coperta di latex nero, ha lunghi capelli tinti di biondo e rosa e in mano agita un cellulare da cui spuntano due orecchie di peluche. Lei è strafelice e strafatta e continua a urlargli «Monsieur! Mon amour!» e lo abbraccia e lo bacia e i lampi delle stroboscopiche li illuminano a intermittenza di un bianco tagliente e insostenibile, e lui stringe un poco gli occhi e sorride e intorno ci saranno cinquemila persone chimicamente alterate, la musica picchia al volume della fine del mondo, i bassi mi trapassano dai piedi alla nuca e ho l’impressione di muovermi a sobbalzi anche quando sto ferma. Mi guardo intorno e penso che questo dj tedesco ci sa davvero fare, poi mi astraggo totalmente, per un tempo indefinibile, e quando ritorno in me ho l’impressione di fare pensieri lucidissimi, per esempio che l’evoluzione umana non ha fatto nessun progresso, decine di migliaia di anni e abbiamo la stessa ritualità degli uomini primitivi—si ingoia qualche intruglio e poi giù di tamburi—per qualche secondo vedo me stessa ballare nuda intorno al fuoco di una tribù ma poi vengo di nuovo scaraventata nella realtà, là dove la giapponese scuote il ragazzo e urla «Monsieur! Mon amour! Allons-y!» ed è così bella che vorrei baciarla ma li perdo tra la folla. Allora di nuovo mi estranio, come se rimanessi lì credendo di non esserci, finché di colpo capisco, cerco di abbracciare con un’unica occhiata queste cinquemila persone che ballano incollate intorno a me ed ecco che le sento appartenere tutte insieme allo stesso qualcosa, un’armonia che pulsa di un unico battito e di un’unica coreografia, e lì ho la consapevolezza che c’è dell’altro—bisognerebbe svuotarsi la testa per riuscire a farci entrare una cosa grande così—e sorrido, chiudo gli occhi e sorrido ancora, e sono sul punto di essere quasi felice quando mi viene in mente Florian, l’albanese.
 
A quei tempi vivevo vicino alla stazione, in una zona di arrivi e partenze in tutti i sensi, e facevo la barista là sotto ai Murazzi, in uno dei locali affacciati sulle banchine del lungofiume, e quei tempi erano gli anni a metà tra il Novanta e il Duemila ed erano ancora tempi in cui non ero come volevo essere ma volevo essere come credevo di poter diventare, o almeno così dicevo a tutti. Perché là sotto ai Muri mi conoscevano tutti e conoscevo tutti, e qualcuno era più amico, qualcun altro molto meno, ma alla fine non c’era uno che non fosse costretto a rivolgermi la parola, perché dietro il bancone a cui ordinavano c’ero io, e ciao Manu, come va Manu, due gin tonic Manu, tutto bene Manu, e insomma molti quel posto lo frequentavano ma secondo me pochi lo conoscevano, perché per conoscere un luogo bisogna conoscerne i fantasmi, altrimenti ci limitiamo a vedere solo quello che ci hanno insegnato a vedere, solo quello che abbiamo imparato a credere che quel luogo contenga. E invece chi lo conosceva veramente sa che in quel luogo a un certo punto si scatenò una guerra, non alla luce del sole ma alla luce della luna, e parlo proprio di quegli anni, di quando ancora si poteva scendere in macchina sulle banchine e di quando i nordafricani cominciarono a invaderle e da una certa ora in poi, giù ai Muri, si sentivano solo le urla degli spacciatori e il fumo puzzolente dei barbecue e le risse erano all’ordine del giorno, e tutte le notti finivano con dei feriti, e alcune notti finirono con dei feriti gravi e alcune notti finirono con dei morti, anche se nessuno sembra più ricordarlo.
     Ora non vorrei iniziare con una storia del tipo io c’ero e voi no, ché altrimenti rischio di sembrare una groupie tipo Pamela Des Barres o Marianne Faithfull quando raccontano che loro erano lì con i Rolling Stones e tra Mick Jagger e Keith Richards chi ce l’aveva più lungo—immagino Richards naturalmente—e cose così, ma comunque io c’ero e voi no. A quei tempi facevo la barista ai Muri, questo l’ho detto, ma quello che non ho detto è che ho fatto la barista laggiù per anni, da quando le banchine erano un luogo popolato da trecento carbonari fino a quando sembrava di stare sulla passeggiata di Sanremo durante il Festival della Canzone, e poi ancora dopo, cioè fino a quando i geni che giudicano e amministrano la città hanno chiuso i Murazzi, un’assurdità, come chiudere le ramblas a Barcellona o il Temple Bar a Dublino oppure il Bairro Alto a Lisbona: insomma, questi hanno chiuso il luogo torinese più famoso d’Europa, una vergogna smisurata li avvolga per i secoli dei secoli.
     La verità è che il fiume non ha mai smesso di scorrere, e se è vero che ci dimentichiamo le cose è solo perché il fiume non ha mai smesso di scorrere, e se è vero che certe cose ritornano è solo perché il fiume non ha mai smesso di scorrere, e nell’Ottocento scorreva così impetuosamente che per contenerlo eressero a protezione della città questi muraglioni imponenti—i Murazzi—che dentro ogni arcata nascondevano magazzini e rimesse per le barche, e davanti costruirono le lunghe banchine per gli attracchi—nella sala d’attesa del mio dentista c’è una stampa d’epoca che spiega tutto questo per bene—e insomma le arcate se ne stavano lì piene di barche e merci sotto la pancia calda della città, e mi ricordo che l’autonominato Presidente della Libera Repubblica dei Murazzi, il vecchio Peppo Parolini—«un uomo dalle mille storie, quasi nessuna edificante», come diceva il mio amico Max—sapeva tutto del luogo, e raccontava che fino agli anni Cinquanta i Murazzi erano popolati da pescatori, lavandaie, barcaioli e sfaccendati e le lavandaie stavano oltre il ponte Vittorio Emanuele I e offrivano un curioso e suggestivo spettacolo, chine a sciacquare i panni che ammucchiavano in bianche distese, ma forse non era Peppo, e non erano gli anni Cinquanta, forse me l’ha raccontata qualcun altro questa storia, e comunque non è facile descrivere l’atmosfera di quei tempi, soprattutto per me che non c’ero.

In ogni caso dagli anni Sessanta in poi sparirono pescatori e barcaioli e lavandaie, i magazzini vennero svuotati e laggiù ai Murazzi non successe praticamente nulla per anni finché Fiore, che oggi non è più qui da decenni e vive in Marocco e traffica con le pietre fossili, be’ Fiore prese un vecchio tram e lo infilò dentro un cunicolo come si infila lo stantuffo dentro una siringa e nacque il Doctor Sax che da allora—era il 1979—non so quanti proprietari abbia cambiato ma è ancora lì quasi tale e quale, e nell’anima è sempre rimasto lo stesso, e dopo il Doctor Sax arrivò Giancarlo e poi il Csa e piano piano tutti gli altri, e alla fine praticamente ogni arcata dei Murazzi divenne un locale—e molto prima che Torino diventasse la città con più bar, ristoranti e locali notturni pro capite di tutta Europa, come dice la leggenda—mentre contemporaneamente in città, come dappertutto in Italia, esplodeva anche qualcos’altro, e cioè il passaggio epocale da quei tre o quattro nordafricani che vendevano Ray-Ban falsi sotto i portici davanti alla stazione a un’orda travolgente, e San Salvario—dove io abitavo allora, prima che si riempisse di tappetini da yoga e apericena—era il quartiere dove si erano stabiliti, perché era degradato, buio, sporco, e nessuno voleva andarci, tranne ovviamente quelli come me, che erano andati a vivere lì esattamente per lo stesso motivo dei nordafricani: perché gli affitti costavano un quarto che nel resto della città e perché era un bel quartiere, tutto di palazzi d’epoca vecchi e bellissimi, ben servito dai mezzi pubblici, vicino alla stazione ferroviaria di Porta Nuova e con un parco enorme e accogliente come il Valentino a pochi passi. Ai tempi avevo finito la mia lunga storia con questo tizio di Taranto che tutti chiamavamo Quentin e lui era andato a fare la stagione a Riccione o Ibiza o non mi frega dove, e io ero andata a convivere con Elena detta Nenne, anche lei gloriosa barista murazziana, reduce dalla sua ennesima delusione d’amore con il solito quarantacinquenne—perché a Nenne piacevano solo gli uomini di quell’età e diceva che le davano molto di più dei giovani e aveva tutta una teoria in proposito, assolutamente campata in aria—e la nostra casa si affacciava sul confine nord di San Salvario, su corso Vittorio Emanuele, quello stesso enorme corso che uno deve attraversare uscendo dalla stazione di Porta Nuova per raggiungere l’imbocco di via Roma, e vivevamo proprio di fronte a uno dei pub più grossi della città. Quella sera eravamo tornate da una moscissima serata ai Murazzi e ci eravamo ancora fatte un paio di birre al pub e c’era un gruppo di hooligan inglesi in maglietta, malgrado fosse novembre, totalmente ubriachi ma per niente aggressivi e uno era venuto a spiegarci che l’Inghilterra la notte successiva avrebbe giocato a Milano ma loro avevano trovato una sistemazione a Torino molto più economica e il giorno seguente avrebbero raggiunto San Siro in un attimo e viva l’Inghilterra e «noi abbiamo vinto un mondiale di calcio e due guerre mondiali!» ci dicevano convinti. Il più simpatico era un orco pelato di quasi due metri che chiamavano Little John, come quello di Robin Hood, che indossava una t-shirt con scritto OI! e jeans arrotolati al fondo e Dr. Martens lucide rosso mattone, assomigliava al cantante dei Bad Manners, un gruppo ska anni Ottanta che mio fratello maggiore adorava, io preferivo gli Specials, e insomma Little John e i suoi praticamente parlavano solo di calcio e ficcavano le parole fede e onore in ogni frase, due parole che per una come me non significavano nulla, se non che in generale qualcuno ti manovra come un burattino e senza neanche bisogno di lavarti il cervello. (Anni dopo, trascinata per caso in curva Maratona, ho capito che negli stadi c’è un’energia assoluta che non è possibile conoscere se non standoci dentro, ma allora la pensavo così, e comunque è un’altra storia.) In ogni caso questi hooligan ci trattavano con un rispetto notevole, addirittura con galanteria, ma poi era successa una cosa: e cioè che mentre eravamo tutti fuori a fumare due nordafricani di passaggio, con una spinta, avevano fregato il cellulare a uno degli inglesi più ubriachi. I due ladruncoli erano stati davvero presuntuosi perché, fatti pochi passi, si erano trovati davanti il resto degli hooligan e si erano presi un paio di schiaffoni paurosi, avevano subito restituito il telefono ed erano scappati via. Ma poi, da lontano, i due avevano iniziato a minacciare gli inglesi e il più grosso della coppia sembrava proprio indiavolato, aveva i capelli tinti ma la cosa non era riuscita benissimo e ora aveva in testa un tappeto di corti riccioli color ruggine, e faceva il segno con pollice sotto la gola, urlava in arabo ma non c’era bisogno di interpreti per capire. Io e Nenne avevamo colto l’occasione per scappare a casa, che stava proprio di fronte, bastava attraversare il corso ed ecco fatto, quindi eravamo salite al secondo piano. Una volta dentro, siccome avevamo questo patto del divieto di fumo in casa, ci eravamo rollate una canna ancora intabarrate nei nostri cappottoni ed eravamo uscite sul minuscolo balcone dove avevamo piazzato due sedie di ferro, che a quell’ora erano ghiacciate. Così ci eravamo messe a fumare appoggiate al cornicione e guardavamo dall’altra parte della strada dove Little John e i suoi, a una cinquantina di metri in diagonale sotto di noi, continuavano a bere e ridere e scherzare, ormai erano le quattro e mezzo del mattino e il locale stava chiudendo e loro stavano ancora lì davanti con le ultime birre nei bicchieri di plastica a cantare a squarciagola God save the Queen e altri cori, immagino calcistici, che non conoscevo. Poi all’improvviso da via Madama Cristina, un isolato più in là, era comparso l’uomo con i capelli arrugginiti insieme a una dozzina di compagni. Siccome Little John e i suoi erano molti meno, sei o sette, e sembravano completamente ubriachi, io e Nenne ci eravamo subito spaventate per loro e io avevo gridato dal balcone warning danger warning perché ero troppo svarionata per dire la frase corretta e avevo in testa solo le avvertenze standard scritte vicino ai finestrini dei treni, e in ogni caso nessuno di loro mi aveva sentito. La sorpresa era stata che quando Little John e i suoi si erano finalmente accorti di testa di ruggine e della dozzina di persone che stavano per piombare loro addosso, invece di scappare o abbozzare una difesa rintanandosi dentro il pub, si erano messi a correre incontro ai nordafricani e quelli, increduli, erano fuggiti a gambe levate verso via Madama Cristina. Adesso devo fare uno sforzo immane perché sono una di quelle che quando percorre una strada nota solo i dettagli insignificanti, i cartelloni pubblicitari, le foglie secche, un tappo di Bic sul marciapiede, non sono mica una cartografa, mettetemi in mano una mappa e non riesco neppure a capire come girarla nel verso giusto, ma è necessario che io descriva il contesto in cui ci trovavamo, perciò ecco lo sforzo: il campo di battaglia era il tratto di corso che copriva tutto l’isolato del pub, tratto di corso che a quell’ora era deserto e che consisteva in un rettangolo diviso in sei fasce parallele: il controviale davanti al pub, i parcheggi a lisca di pesce, le rotaie del tram, le due carreggiate centrali del corso e poi di nuovo, a specchio, le rotaie del tram in senso opposto, i parcheggi a lisca di pesce, e il controviale davanti a casa nostra. Per completare il quadro bisogna aggiungere due file di ippocastani, un mucchio di macchine nei parcheggi a lisca di pesce e un’edicola che era all’angolo opposto del pub, ma che interrompeva i parcheggi . . .  A farla breve Little John e i suoi, esattamente come me e Nenne, sembravano studiare la situazione, e lo fecero finché il colosso diede un ordine ai suoi e tre di loro attraversarono rapidi il corso e, sottraendosi alla vista con attenzione, raggiunsero l’edicola e si nascosero dietro, in attesa che gli avversari ricomparissero. O almeno così la intendemmo noi, perché non c’era alcun segnale che il nemico sarebbe ricomparso, ma forse Little John e i suoi malgrado la birra tracannata avevano vissuto situazioni simili tante di quelle volte da sapere esattamente cosa aspettarsi e cosa fare. E infatti i nordafricani ricomparvero. Erano sempre una dozzina ma adesso in mano stringevano tutti dei colli di bottiglia rotti e si sentivano talmente sicuri che, usciti da via Madama Cristina, cominciarono a imboccare il corso principale, tra le file di alberi, come un corteo in marcia. Quando sorpassarono l’edicola gli inglesi nascosti lì dietro, che noi vedevamo perfettamente, ammutolite dal nostro punto di osservazione, non fecero altro se non scivolare lentamente dietro l’altro angolo della casupola, continuando a nascondersi al gruppo. In giro non c’era nessuno, neppure un’automobile, solo gli inglesi e i nordafricani, e poi noi, come al cinema, incredule, adrenaliniche tanto che Nenne mi aveva detto con il cordless in mano: «Forza, chiamiamo la polizia», ma io avevo alzato le spalle, peccato che allora i telefoni ancora non fotografassero e filmassero nulla. Quando l’uomo con la testa di ruggine e i suoi arrivarono a una cinquantina di metri dal pub, camminando tranquillamente e urlando e mulinando bottiglie, Little John fece una cosa che di nuovo non mi sarei mai aspettata: aizzò i tre con cui era rimasto e si buttarono tutti di corsa in direzione dei nordafricani e questi ovviamente rimasero ancora più interdetti della volta precedente: alcuni si fermarono, alcuni indietreggiarono, solamente l’uomo con i capelli arrugginiti rimase dov’era ad aspettare gli inglesi. A quel punto, come in un duello western Little John gli si parò davanti, disarmato, poi, con una velocità che sembrava incredibile in un corpo di quelle dimensioni, fece il gesto più veloce che avessi visto nella mia vita: con uno scatto gettò in avanti le braccia unite come un tuffatore e poi le aprì all’improvviso spostando in un sol colpo verso l’esterno le braccia dell’avversario mentre contemporaneamente si slanciava in avanti con tutto il corpo e gli tirava una testata in faccia micidiale. Testa di ruggine si schiantò a terra di nuca, come un albero abbattuto. A quel punto gli altri tre inglesi si gettarono sul gruppo sventolando le cinture e seminando il panico tanto che i rivali iniziarono a scappare ma a quel punto il secondo gruppo di inglesi, quello nascosto dietro l’edicola, uscì allo scoperto e i nordafricani si trovarono chiusi in trappola e malgrado fossero superiori di numero cominciarono a scappare verso l’unica via di fuga possibile, i controviali, ma quelli che non furono abbastanza veloci si presero delle scariche allucinanti di pugni e calci e cinghiate e un minuto dopo tutti gli inglesi se ne andarono lasciando sul campo una mezza dozzina di feriti, che piano piano si trascinarono via chi zoppicando chi sanguinando chi reggendosi la testa o un braccio, ma tre proprio non si alzarono più—e tre furono poi infatti le ambulanze che arrivarono—e Nenne era inorridita e piangeva—«Perché non riusciamo a non guardare?» aveva chiesto tra le lacrime—mentre io mi ero resa conto di una cosa strana, una cosa che un po’ mi vergogno a dire ma che non intendo negare: e cioè che mi attiravano questi che picchiavano, mi affascinavano, e tutta quella violenza mi aveva procurato una specie di piacere e, tornando a rifletterci, se non ci fosse stato questo episodio degli hooligan probabilmente poi, qualche tempo dopo, uno come Florian l’albanese non mi avrebbe fatto né caldo né freddo.